
Minorenni, più repressione e meno sicurezza
24 luglio 2026
Il nuovo provvedimento sull’imputabilità dei minorenni è una misura propagandistica che tenta di nascondere il fallimento del Governo sulla sicurezza. La norma presume, tra i 14 e i 18 anni, la capacità di intendere e di volere, rendendo più facile considerare imputabile e condannare un ragazzo.
Ma più ragazzi puniti non significa più sicurezza. Dopo il decreto Caivano, i giovani detenuti negli istituti penali minorili sono aumentati del 52,5% rispetto al 2022. Se la repressione avesse funzionato, oggi non servirebbe un’altra stretta. Se ha fallito, è irresponsabile riproporre la stessa ricetta.
Non si può intervenire soltanto sul contrasto: servono la stessa attenzione e lo stesso impegno nella prevenzione e nel recupero. Non dobbiamo criminalizzare un’intera generazione, ma aumentare le opportunità di scelta, responsabilizzando i ragazzi, ascoltandoli e coinvolgendoli nella vita delle nostre comunità. È questo lo spirito della nostra Costituzione.
Quando ero ministro per le Politiche giovanili e lo Sport sostenevo che un campo di calcio potesse fare molto più di dieci telecamere. Ne sono ancora convinto: la sicurezza si costruisce sostenendo le famiglie e investendo nella scuola, nello sport, nelle arti, nella cultura, nei servizi sociali e nei luoghi di aggregazione.
Lo riconosce la stessa Meloni quando afferma che un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento quasi mai ci arriva da solo. Se è così, lo Stato deve intervenire prima che quel ragazzo si perda, non limitarsi a punirlo dopo.
Uno Stato forte non è quello che riempie le carceri di ragazzi, ma quello che riesce a salvarne di più. Adulti quando devono essere puniti, bambini quando chiedono di essere ascoltati e di votare: questa non è sicurezza, è propaganda